E così ieri sera sono andata.
Sono andata al teatro Off Off.
Ho parlato con Giuseppe, mentre mi riempiva un calice di vino.
Ho salutato Roberta.
Ho intravisto Carla.
E qualcosa bruciava nell’aria. Elettrica e quieta.
I drappi rossi chinati e chiusi. Niente sala ancora
Quindi aspettavamo, normali a famosi, che quei drappi rossi ci facessero strada in una storia, in un mondo, in un’altra umanità.
Sullo sfondo, il nitore del bianco e tre forme umane sedute, in attesa. Forme umane maschili.
Una di loro parla come se fosse un anchorman o come quando ci guardiamo da fuori perché proprio non sappiamo capacitarci di come tutto questo stia succedendo proprio a noi.
Gli altri due alternano le loro voci, lamentando un’identità sessuale che non gli appartiene. Affermare per negare.
Lamentano le loro delusioni in un mondo che non li ha mai capiti, voluti, accettati. Hanno scelto la rabbia e la strada più semplice per non pensare di chi non sono stati la scelta. In un delirio di onnipotenza. Dopo avere consumato ogni rimedio per non pensare, alcool, droga, resta poco, non è vero? Resta poco per consumare quell’adrenalina che ti scorre nelle vene. Cosa fare, allora? Non resta che uccidere qualcuno. Per vedere l’effetto che fa. Si scopre che quel qualcuno di morire proprio non ne voleva sapere eppure Marco e Manuel le aveano provate tutte con lui.
Alla fine, per non vedere, lo coprono con un piumone e spunta solo un braccio. Ormai è morto. Riprendiamo a bere, a sballarci che poi tocca pulire.
Ecco sono andate più o meno così le cose
Messe in scena con una potenza espressiva e una delicatezza brutale da spaccare il cuore.
E questo corpo di Luca che rimane esposto, come un Cristo senza sudario, è il segno del caso, di chi muore senza un perché.
Questa è la storia del mio approdo nella storia di Luca Varani. Che Giovanni Franci ha scritto e diretto.
Con Valerio Di Benedetto (Manuel Foffo), Riccardo Pieretti (Luca Varani) e Fabio Vasco (Marco Prato).
Bravissimi tutti. E grazie. Perché il grido di Luca è stato sentito e accolto.
E grazie per quei monologhi finali e graffianti nei quali i carnefici spiegano perché.
Si riflette.
Su quanto stiamo diventando soli.
Su quanto abbiamo dimenticato di essere luce.
Alla fine, mi sono alzata tra gli scrosci di applausi.
Li abbiamo chiamati una, due, tre, quattro volte. Contro la banalità del male.