Ieri c’è stata la prima di Next Fall.
Prima della prima potevo dire nulla: solo darvi le “voci” degli attori e l’ho fatto.
Adesso, non dirò.
Non dirò dell’intensità, del rigore e delle movenze, che dicono tutto senza dire, del viso e del corpo di Holly (Elena Giambi Bonacci).
Non dirò della freschezza e della leggiadra e caparbia innocenza di Luke (Tommaso Paolucci).
Non dirò che, a un certo punto, si udiva un solo respiro dalle poltrone che accomodavano un pubblico assorto e concentrato.
Non dirò che ho rischiato il torcicollo perché una testa davanti a me, più grande di me, escludeva il mio sguardo. E io, testarda, riconquistavo, ogni volta, la vista sul palcoscenico.


Non dirò di Davide Nebbia, il regista, del suo incedere sul palco, superando quei tre gradini, del suo orgoglio verso i suoi attori, della sua umiltà acuta di dire semplicemente grazie a tutti quelli che rimangono dietro le quinte (la costumista, lo scenografo, la traduttrice del testo, l’aiuto del regista, l’assistente di scena, il datore luci e suoni).
Non dirò di Marilena Grassadonia e del suo rimescolamento interiore che la rendeva inquieta sulla poltrona perché “ in Next Fall c’è tanta roba e bisogna parlarne”.
Non dirò del piglio giocoso e salace -che disvela più di quanto voglia nascondere- di Adam (Alessandro Moser).
Non dirò della presenza granitica di Brandon (Marcello Paesano).
Non dirò dello sgomento di un padre, di Butch (Federico Borroni).
Non dirò di quella consapevolezza leggera di Harlene (Antonia Di Francesco) e del suo bisogno di non sapere restare, benché madre.
Non dirò delle risate e dei tempi comici di questo dramma che dipana la vita. Della colonna sonora. Di un cast che rimane in scena dal primissimo munito all’ultimissimo secondo. In freeze, come si dice tecnicamente, sospeso. Non dirò della forza delle luci e del nitore della regia.

Non dirò che sembrava di essere gli spettatori dell’altrui vita vera.
Solo una cosa, ancora.
Non aspettate e andate a vederlo perché forse avete bisogno di capire che, per certe corse, bisogna non aspettare. Che rimandare di dire o di fare non da scampo e il tempo, si sa, non ci appartiene.
Abbiate coraggio di dire chi siete che “un grido che nessuno sente non si è mai levato”.
Non perdete neanche un momento, che la vita, per compiersi, non aspetta il prossimo autunno