Ci sono giorni che partono senza guizzi, in cui ti senti come un cielo indeciso.
Stamattina era così per me…finché, dopo una sosta in chiesa alla ricerca di silenzio e di meditazione, non ho incontrato l’inaspettato. E aveva volti e nome precisi, il Trio Folk di Santa Cecilia. Tre persone: Ilona Balint, Ruggiero Sfregola e Francesco Di Donna. Tre amici uniti dalla musica. Quale musica? Quella popolare classica, quella che serba il ricordo, strugge per le melodie e coinvolge fino a ballare insieme (l’ho fatto). E si perché una della specialità di questo trio è suonare l’anima folk dei big della musica classica e Béla Bartók con l’infinito mondo di colori e suoni delle danze popolari ungheresi, che a Budapest, i ragazzi e gli adulti, invece di andare in discoteca, si ritrovano a ballare in una balera e si fanno trascinare da una musica che muove il corpo, tutto.
Sono tre amici quelli del trio. Tre amici impegnati che si conoscono da anni e “regalano” la loro musica anche a spettatori particolari, malati per lo più. Hanno collaborato con ospedali grandi e piccoli. Di quando la disponibilità incontra la disponibilità a fare il bene (ricordate il mio ultimo articolo sulle tendenze degli eventi d’amore?).

Quindi, ho accettato il loro invito a partecipare alle prove dello spettacolo che si terrà nella Sala Sinopoli, Auditorium Parco della Musica, domenica 17 marzo alle 11.30, nell’ambito dell’iniziativa family concert.
Non perdeteveli, mi raccomando! Oltre alla musica, c’è uno spettacolo nello spettacolo: il modo in cui Ilona, Ruggiero e Francesco suonano è una sinfonia di sguardi, di gesti e di sorrisi accennati, simbolo di intesa e affiatamento sincero.

Mi sono seduta e ho accettato il loro invito al viaggio. E si, perché la bellezza di questo regalo è proprio il viaggio. Che non ti aspetti
C’è un Mozart che ti sorprende, con le sue danze paesane.
C’è Ludwig (Beethoven) che rapisce con il ritmo della polacca e della marcia.
C’è Sibelius (da ascoltare mentre leggi una raccolta di antiche leggende finlandesi o mentre ti immergi nell’urlo di Munch per sentire che ha capito tutto di te, con la sua angoscia. Ma non ti fa paura perché l’ha sublimata in un dipinto).
C’è Strauss, quello di Kubrik e di 2001 Odissea nello spazio.
C’è Béla Bartók, che andava in giro con il suo fonografo, per la campagna ungherese, alla ricerca dei canti e dl melodie di un tempo. Che le ha trascritte e consegnate alla storia.
E poi c’è un invito al ballo.
Avete mai ballato una czardas (si legge ciardas)?


Io, si. Proprio oggi.
Oggi che ho capito che non ho paura di sentirmi un cielo indeciso e so chi sono. E so come lasciarmi andare. All’inaspettato e alla meraviglia: questi volti diversi dell’ignoto o, se volete, della capacità con cui sappiamo ascoltarci per lasciare che una possibilità prenda forma.